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Chiara Canali

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Leggerezza della trasparenza
di Chiara Canali


Il linguaggio artistico di Daniele Giunta sembra obbedire in tutto e per tutto al concetto di “leggerezza” che Calvino sviluppa magistralmente all’interno delle Lezioni americane. Tre sono le accezioni di leggerezza esemplificate nello scritto: la prima è un alleggerimento del linguaggio che convoglia i significati su un tessuto verbale senza peso; la seconda riguarda la narrazione di un ragionamento o di un processo psicologico in cui agiscono elementi sottili e impercettibili, o qualunque descrizione che comporti un alto grado di astrazione; la terza invece si riferisce a un’immagine figurale di leggerezza che assume un valore emblematico.
Queste tre accezioni, che possiamo riassumere in tre livelli, formale, contenutistico e simbolico, influenzano i punti chiave del lavoro di Giunta. Innanzitutto appare la levità dei materiali utilizzati, dalla carta di riso alle scatole di seta, dall’inchiostro di china alle sfumature ad acquerello, che caratterizzano una pittura tenue, evanescente e impalpabile, in equilibrio tra la trasparenza delle forme e la leggerezza delle sostanze.
In secondo luogo l’ambivalenza della figurazione non consente di dare una definizione univoca e salda alla rappresentazione, ammettendo la possibilità di una miriade di letture e di significati che accrescono il senso di instabilità e di astrazione. I paesaggi di Giunta possono essere delle scene notturne, dark e gotiche, infestate dai “distruttori segreti” (gli infedeli) che risucchiano le energie dei protagonisti, oppure sono territori neutrali, trasparenti ed eterei, spirituali e trascendenti, abitati da immagini luminose, da “Regine di Luce” alla ricerca della pienezza della loro natura. Le figure femminili di Giunta sono portatrici di un’ambivalenza interiore che le rende fragili ma taglienti come cristalli di neve, gracili nel fisico ma forti mentalmente come eroine giapponesi.
L’arte orientale è infatti stimolo all’operare dell’artista sia per quanto riguarda alcuni principi esistenziali su cui si uniforma il suo pensiero, sia per l’utilizzo di caratteri formali all’interno della composizione delle tele. Nell’arte giapponese mancava il concetto di prospettiva occidentale: primo piano e sfondo erano schematicamente separati e disposti verticalmente l’uno sull’altro senza in alcun modo concedere la fuga del colpo d’occhio. La scansione delle parti, con la sovrapposizione continua degli elementi, permetteva di nascondere la profondità del paesaggio, per distogliere qualsiasi idea destabilizzante di infinità. Come nell’espressione artistica giapponese, così nelle opere di Giunta le figure si giustappongono al paesaggio senza amalgamarsi, suggerendo una forma di immedesimazione alla realtà delle cose per osmosi, attraverso lenti passaggi di materia ed energia secondo i canoni della filosofia orientale.
Il lavoro di Giunta, benché abbia come punto di partenza sembianze della vita adolescenziale contemporanea (per es. l’icona di Kate Moss), astratte dal contesto e rese diafane e traslucide, intende ragionare sulle leggi invisibili che muovono le idee, sulle forze misteriose che spostano gli eventi. Per questa ragione i risultati a cui perviene sono molto simili agli aspetti tramandati dal simbolismo ottocentesco, e questo ci permette di introdurre il terzo livello della leggerezza di Calvino, riguardo al valore emblematico delle immagini.
Il simbolo, per evocare la definizione del poeta Jean Moreas, autore del Manifesto letterario del Simbolismo, è elemento rivelatore, testimonianza visibile di un’essenza segreta, nei confronti della quale è necessario procedere per allusioni e analogie. Secondo il principio della trasposizione, l’immagine non significa più soltanto ciò che rappresenta, ma richiama alla mente significati altri e spesso indecifrabili. Nel simbolismo si afferma un’ideologia e una condizione di gusto per cui la vera realtà non sta nell’essenza oggettiva delle cose, ma risiede nel mondo platonico delle idee.
Ultimo discendente post tempus della stirpe dei simbolisti, Daniele Giunta si colloca in quel filone di artisti malinconici e solitari, che fondano la propria arte sulla contemplazione visionaria e sulla preminenza della vita interiore, sulla percezione delle zone “d’ombra” e dei sogni rivelatori.
Benché tralasci approfondimenti di tipo religioso e mitologico, la ricerca di Giunta si relaziona all’esperienza del simbolismo soprattutto sul piano dell’espressione: rifiuta la retorica del realismo e sceglie i valori della grafia e della nitidezza del disegno, predilige sensazioni materiche raffinate e preziose e opta per pigmentazioni inedite e inconsuete.
L’algida idealizzazione di un artista simbolista quale Fernand Khnopff è trasferita con singolarità nelle adolescenziali figure di Giunta: icone verginali, immagini evanescenti e lontane, queste fanciulle appaiono come vasi chiusi, ripiegati su se stessi, simbolo di incomunicabilità. Anche la barriera brillante e trasparente di fiori arii, che circonda e racchiude le sagoma delle ragazze, oltre che allusione ai Fiori del Male di Charles Baudelaire, diventa sinonimo di impenetrabilità.
Un nuovo rapporto si instaura tra natura e individuo, un nuovo equilibrio, indecifrabile per chi non è ammesso a partecipare a questa foresta di simboli: le figure di Giunta aspirano a raggiungere un’unità integrale con la natura, che comprenda ciò che è nelle cose e ciò che sta al di là delle cose, e che può essere realizzata solo attraverso una specie di osmosi tra universo e uomo, secondo un principio già mutuato dalla filosofia orientale. Un’osmosi che si attua nelle forme di una leggerezza espressiva, una leggerezza della pensosità, come dice Calvino, una leggerezza come reazione al peso di vivere che trasforma l’arte in oggetto irraggiungibile di una quête senza fine.



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