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Alessandro Riva

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di Alessandro Riva


C’è un passo, in un’intervista rilasciata da Daniele Giunta in occasione della sua partecipazione al Premio Italian Factory per la giovane pittura italiana, che è illuminante per comprendere la poetica dell’artista, e i retaggi culturali presenti sotto traccia lungo le esilissime e diafane linee della sua pittura. Alla domanda su quali siano le sue letture preferite, Giunta risponde con un lungo elenco che comprende - cito testualmente – “l’oroscopo e le riviste d’arte, i saggi, le favole, le favole nere. La poesia. I Visionari dell’800 e del ‘900. Gli haiku e la letteratura giapponese: Soseki, Tanizaki, Kawabata, Murakami. Il Vecchio Testamento, dove ho trovato che versi di rapimento, estasi e amore possono contenere sentimenti apparentemente opposti - odio, vendetta, crudeltà - che non si escludono a vicenda”. Credo che in questo lungo elenco, solo apparentemente caotico e discordante, si celi il centro nevralgico, il cuore oscuro e segreto dell’ispirazione primaria dell’artista; e che già nel fatto che esso ci si riveli nella risposta a questa domanda, relativa alle sue letture – apparentemente secondaria nella poetica di un artista visivo - e non, invece, come sarebbe forse potuto sembrare più logico, in quella relativa alla domanda sui suoi debiti artistici e visivi, sia da ricercarsi il senso ultimo del lavoro di un artista che è innanzitutto, prima ancora che pittore, un poeta, uno di quei poeti visionari e fuori dalle regole che capita a volte di trovare, lungo il percorso delle arti visive, generalmente isolati e malcompresi, o per lo meno non sempre e del tutto compresi, dai loro colleghi la cui ispirazione, e il cui primario interesse, risiede invece tutto interamente nel solco dei differenti linguaggi visuali e nei segreti, nei trucchi, nell’impiego di quel medium specifico che è, per l’appunto, il linguaggio pittorico. La pittura è invece, per Daniele Giunta, io credo, puro strumento intellettuale, un grimaldello, un giuoco di prestigio, come lo è la lingua per taluni poeti, da poter usare e disfare a piacimento, da tenere a volte diluita, esile, leggera come un refolo di vento a primavera, altre volte più sedimentata e corposa, mescolata, quand’è necessario, a pigmenti, foglie d’oro, inserti d’altri materiali che ne impreziosiscano la trama, ma sempre, comunque, strumento quasi magico, di pura suggestione, che ci permette di penetrare appena, e di sfuggita, in un altrove, in un universo a noi disconosciuto, come quando s’apre la fessura d’una porta socchiusa a malapena verso un misterioso mondo di visioni, di suggestioni, di miraggi, di favole bizzarre ed enigmatiche, di storie leggere e appena accennate di cui non comprendiamo che la sagoma, come l’eco di remotissime leggende che ci risuonano, vaghe e suggestive, nella memoria. Quelle di Giunta sono, per l’appunto, favole, favole nere quasi sempre, come ci suggerisce lo stesso artista sottolineando la sua preferenza per questo strano genere oggi assai poco frequentato, oltre che con i soggetti e spesso i titoli delle sue stesse opere, che lascian pensare, istintivamente, a qualche bizzarra storia di fantasmi, di ragazze condannate a un tragico destino, di omicidi, forse, e di arcaici giochi di seduzione e di fantasie contorte, di frequentazioni ambigue, al limite del morboso, con qualche oscura zona dell’inconscio, poi di ambientazioni magiche e stregonesche – montagne nere e paesaggi segnati dall’oscurità, notturni della mente e della fantasia, dove il termine “notturno”, evocato dall’artista in qualche titolo e nell’evidente vocazione al buio, al nero, all´oscurità come metafora letteraria e psicologica, delinea una chiara linea di preferenza e di vicinanza tutta letteraria, d’accezione preromantica, evocata da poeti e narratori quale linea di demarcazione d’un secolo, l’Ottocento (quella “fraternità musicale con la notte e con la morte”, per dirla con Thomas Mann, quale “nota preponderante sopra tutte le altre del secolo decimonono”), che è stato non a caso l’ultimo secolo in cui era ancora possibile sognare – sognare favole e storie nere, anche -, giacché, dopo di questo, c’è stato il disastro reale, quella catastrofe sociale, politica ed estetica del Novecento, dove al sogno dell’oscurità si è sostituita la tragedia reale delle guerre senza fine, della violenza diffusa, delle dittature, del trionfo e poi della caduta delle ideologie, della definitiva perdita dell’innocenza per l’Occidente intero. Daniele Giunta, non a caso, ha deciso invece di invertire la marcia, di tornare indietro, agli albori del secolo della Notte, dei poeti preromantici e del trionfo dell’immaginazione, al secolo della scoperta dell’inconscio, della notte interiore e psicologica, della scoperta di quell’altro sguardo, lo sguardo interiore (l’occhio dello spirito, come lo chiamava Friedrich) contro lo sguardo convenzionale della realtà fisica ed esteriore - quello sguardo che porta a far emergere un’altra realtà rispetto a quella che siamo abituati a vedere tutti i giorni, una realtà “notturna” appunto, inconscia, venata di misticismo, di drammatico, di oscuro, di demoniaco, e d’innocenza anche, d’infantile desiderio di tornare a una purezza originaria che oggi siamo andati fatalmente perdendo, e di cui abbiamo, invece, estrema e drammatica necessità, per ritrovar noi stessi. Ecco allora, che ritornano, e prendon senso veramente, quelle preferenze di Giunta per “i visionari dell’800 e del ‘900” (con quel termine, “visionari”, citato non a caso da un artista che si riallaccia idealmente al filone degli artisti maledetti, quelli che Briganti definì, con termine felice, i “pittori dell’immaginario”, o della Notte), e poi per “i versi di rapimento, estasi e amore” ma anche per i sentimenti a loro apparentemente opposti: “odio, vendetta, crudeltà”, “che non si escludono a vicenda”; e per tutta la cinematografia che a questa sensibilità e a questo immaginario è fatalmente collegata (il cinema noir. Bergmann, Greenaway, Kitano. Ferro3, La Pianista, Intervista col Vampiro); e poi per tutta la cultura e la letteratura giapponese, da cui Giunta è, con ogni evidenza, sedotto dal punto di vista culturale ma anche visivo, con la sua preferenza per l’adolescenza come stato di passaggio, e per una delicatezza di segno, di supporto (carte di riso, veline, strani mixaggi di pigmenti e di segni appena accennati sulla carta, che rimandano alla storia della cultura visiva orientale), che di questa delicatezza, di questa palese fragilità sono un chiaro indizio, non solo visivo, ma anche psicologico e fortemente metaforico. Non a caso, tra le letture di Giunta (sulle quali in passato ha impostato un ciclo di lavori) c’è anche il libro preferito da tutti gli adoratori di quel misteriosissimo stato di grazia che è il punto di passaggio tra infanzia e adolescenza, l’Alice nel Paese delle meraviglie del Reverendo Dogson, che è da sempre la Bibbia di chi è rimasto fatalmente imprigionato, seppure contro la propria volontà, dall’infanzia e dall’adolescenza come stato metaforico, e che in quell’idea di passaggio tra un’età e l’altra ha voluto vedere un’apertura, una fessura appunto, una sorta di ponte verso un altro mondo, un’altra dimensione, fatalmente magica, che è la stessa ricercata dai grandi poeti visionari, e dichiaratamente vagheggiata qua e là dallo stesso Giunta (“Dove trai ispirazione per le tue opere?”. “Sotto l’acqua”. “Perché dipingi?”. "Per non affogare"). Ecco allora che anche Giunta, infine, come Alice, è passato attraverso una porta, un passaggio metaforico – acqua o specchio, fa lo stesso, c’è comunque l’idea di un passaggio tra uno stato d’esistenza e l’altro - e forse vi rimarrà per sempre, e per sempre con quella sensibilità fragile e un po’ malata di tutti i ragazzi non cresciuti (e noi con lui, per un istante almeno, guardando i suoi quadri), anche contro ogni evidenza e ogni raziocinio. Così anche noi, come Alice, potremo guardare, grazie a Giunta, per qualche istante la realtà esteriore con altri occhi, da un’altra dimensione, attraverso il diaframma magico, ma sottilissimo, d’una parete d’acqua o d’uno specchio; e anche noi, come Alice, guarderemo il fuoco nel caminetto, nella stanza dell’immaginazione, e come lei saremo felici di vedere che anche qui ce n’è uno, fiammeggiante e allegro come quello che avevamo appena lasciato: “Così, starò al calduccio anche qui come nell’altra stanza - pensò Alice – e anche meglio, veramente. Perché non ci sarà nessuno qui a mandarmi via dal fuoco. Che divertimento sarà, quando mi vedranno attraverso lo specchio e non potranno toccarmi!”





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